di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus)

Quella di Phil Ochs è la storia di un artista fragile che ha avuto modo di essere protagonista di un movimento generazionale che voleva cambiare il mondo, che a quelle idee ha contribuito e si è aggrappato fin a farle diventare la propria ragione di vita, ma che il sistema ha schiacciato inesorabilmente vedendo in lui un pericolo forse troppo sproporzionato.

Nato a El Paso, Texas, il 19 dicembre 1940, Philip David Ochs era figlio di un medico di origine polacca (affetto da psicosi maniaco-depressiva) e di una ragazza scozzese. Nei primi anni di vita Phil cambiò spesso residenza tra Edimburgo, Far Rockaway e Perrysburg (entrambi nello Stato di New York), sviluppando un carattere introverso. Fu nel 1951 che, spinto dalla madre, iniziò a suonare il clarinetto: il trasferimento a Columbus, in Ohio, gli permise di approfondire lo studio dello strumento e di entrare nella banda del college. Grazie alla musica Ochs decise di frequentare una scuola militare in Virginia, dove ebbe modo di ascoltare alla radio musicisti come Johnny Cash, Hank Williams, Buddy Holly e soprattutto Elvis Presley. Qui però il giovane Ochs si appassionò anche alla scrittura, decidendo così di abbandonare la scuola militare e di iscriversi all’Ohio State University a Columbus. Ma la sua permanenza non durò molto: alla fine del primo semestre tornò dalla famiglia (che si era trasferita a Cleveland), fermamente convinto a intraprendere la carriera di musicista.
I primi tentativi non furono felici, ma gli permisero di venire in contatto con realtà sociali differenti. Tornato all’università verso il 1960 conobbe Jim Glover, che gli fece scoprire le idee di Thomas Jefferson, Karl Marx, Mao Tse-Tung e le canzoni di Woody Guthrie e Pete Seeger, insegnandogli anche a suonare la chitarra. La nuova “vita” di Ochs partì da allora. Non volendo abbandonare la sua passione per la scrittura accanto alla composizione delle sue prime canzoni, trovò modo di iniziare a collaborare col giornale del campus, esperienza che ebbe fasi alterne per le idee rivoluzionarie e progressiste che propugnava nei suoi articoli. Infatti nel 1962, durante il suo ultimo anno di università, dopo essere stato allontanato dall’ennesimo lavoro redazionale, decise di partire per New York, e precisamente per il Greenwich Village, che in quegli anni stava divenendo il centro nevralgico della cultura popular statunitense. Lì Ochs divenne amico di molti artisti che si esibivano con successo nei club (come Tom Paxton, Eric Andersen e Dave Van Ronk), ma soprattutto di Bob Dylan. La sua vena poetica e le sue idee trovarono terreno fertile nel Village, tanto da essere molto apprezzate da tutti, permettendogli di pubblicare le sue canzoni, le poesie e diversi articoli per il Broadside Magazine, uno dei giornali più importanti per la controcultura hippie di quegli anni.

L’unicità di Ochs stava nel suo modo di scrivere, che riusciva a fondere le caratteristiche stilistiche musicali dei folksongs con un linguaggio e una scrittura molto vicini al giornalismo. Scostandosi così dalle particolarità dei suoi colleghi, diede forma compiuta a un genere ben preciso: la topical song, ovvero la canzone ispirata a temi di attualità e di cronaca, dove venivano utilizzati stilemi del giornalismo militante. Nel 1964 incide il suo primo album All the News That’s Fit to Sing, a cui fanno seguito negli anni appena successivi altri due: I Ain’t Marching Anymore (1965), e Phil Ochs in Concert (1966).

Phil Ochs insieme a Bob Dylan

In questo periodo la sua popolarità cresce al punto da far dire dal suo amico Bob Dylan: «Semplicemente non posso competere con Phil. Sta diventando sempre più bravo». Ma quest’amicizia/rivalità tra loro non durerà a lungo, infatti nel 1965, quando Ochs si permise di criticare una canzone di Dylan, quest’ultimo lo cacciò fuori dalla sua limousine urlando: «Tu non sei un cantautore. Sei un giornalista!». In seguito Dylan cercò di aiutare il suo vecchio amico caduto in disgrazia, ma i tempi ormai erano cambiati. Trasferitosi a Los Angeles nel 1967, intraprende una nuova fase della sua carriera artistica, arricchendo le proprie sonorità con l’inserimento di nuovi strumenti. Incide così tre album, cercando di staccarsi dalla composizione di canzoni a tema, ma la sua anima in qualche modo era legata agli argomenti della contestazione e così, l’anno successivo, dopo essere tornato a New York, decide di andare a Chicago per partecipare alla protesta organizzata durante la Convention Democratica che doveva decidere chi sarebbe stato l’avversario di Richard Nixon alle elezioni.

L’esperienza si rivela un disastro totale e Ochs ne torna distrutto, consapevole che le idee per cui si era battuto fino ad allora non hanno più la forza e il sostegno necessario (anche da parte di alcuni suoi colleghi) per imporsi. Nel frattempo l’Fbi intensifica le indagini sul suo conto (furono più di 400 le pagine compilate a suo nome) e, già spossato dalle ultime difficili esperienze inizia a divenire paranoico e a cadere in uno stato depressivo sempre più acuto. Frustrato dagl intoppi della sua carriera decide di intraprendere un viaggio in Sudamerica, dove fa amicizia con il cantante cileno Victor Jara e si innamora del progetto politico di Salvador Allende ma, dopo varie peripezie, viene arrestato ed espulso dall’Uruguay, rischiando anche d’essere ucciso. Rientrato in patria, tenta ancora di tornare sulle scene, ma le sue scelte artistiche non incontrano il gusto del pubblico. Nel 1972 decide di partire per l’Africa – itinerario Etiopia, Kenya, Malawi, Sudafrica –, dove ebbe modo di incidere diversi brani con alcuni artisti locali, cantando anche in swahili. Ma fu durante la tappa a Dar-es-Salaam, in Tanzania, che Phil subì l’aggressione di alcuni banditi che tentarono di strangolarlo, rovinandogli in maniera seria le corde vocali. Fu il colpo finale: gli anni che seguirono furono condizionati dalle sue sempre più incerte condizioni fisiche (per l’abuso di alcool) e psichiche, soprattutto per depressione e sindrome bipolare, che lo portarono a presentarsi dal 1975 con il nome di John Butler Train. La parabola di Ochs si chiude il 9 aprile 1976, quando, oppresso dai suoi molti fantasmi, decide di impiccarsi, a soli 36 anni, nella casa della sorella a Far Rockaway. Pur non essendo così popolare come i suoi amici Bob Dylan e Joan Baez, ha incarnato il ruolo di un artista atipico, nel quale il ruolo di cantante folk si legava strettamente a quello di “rivoluzionario”, scrittore, giornalista e autore satirico. Ochs ha saputo mettere in musica l’impegno sociale di un’intera generazione, precorrendo i tempi, come fece nel 1970 quando partecipò con Joni Mitchell e James Taylor a un concerto per finanziare un’associazione che nel giro di pochi anni divenne Greenpeace, oppure con il suo preveggente avvicinamento alla world music.
In vita forse Phil Ochs ha raccolto meno di quello che gli sarebbe spettato, ma la sua influenza in poco tempo si è sparsa in molti luoghi, portata in giro da artisti che hanno condiviso con lui la stagione della contestazione (come Pete Seeger, Joan Baez, Judy Collins, Dave Van Ronk) o che hanno trovato in lui un maestro (come i Clash, Billy Bragg, Ani DiFranco, Eddie Vedder e molti altri).

DA LEGGERE, ASCOLTARE E VEDERE
LIBRI. Phil Ochs non è uno dei songwriters più presenti nella letteratura musicale italiana, per cui, se è facile vederlo citato in molti articoli sugli anni d’oro del Greenwich Village, è anche vero che non sono tanti i libri con lui protagonista. Tra questi si possono consigliare il piccolo volume Phil Ochs: la vita e la musica di MIMMO FRANZINELLI (Stampa Alternativa, Viterbo, 1995); dello stesso autore il capitolo dedicato a lui in Rock & servizi segreti (Bollati Boringhieri, Torino, 2010), e la tesi di laurea di FRANCESCA FERRARI (scritta nel 2009 e purtroppo non ancora pubblicata in volume). Per chi invece conosce l’inglese il testo di riferimento è certamente There but for fortune di MICHAEL SCHUMACHER (Hyperion, New York, 1996).
DISCHI. Pur essendo interessante tutto il suo repertorio, si raccomanda l’ascolto dei primi dischi All the News That’s Fit to Sing e I Ain’t Marching Anymore (entrambi pubblicati dall’Elektra) e Rehearsals for Retirement (A&M, 1969) e, in versione “dal vivo”, il disco Live in Newport (etichetta Vanguard, 1996).
VIDEO. A parte i molti filmati che si possono vedere su www. youtube.com, in Italia non è mai stato pubblicato nessun video con protagonista Ochs, ma negli Stati Uniti lo scorso gennaio è stato presentato il film documentario Phil Ochs. There but for fortune di Kenneth Bowser (First Run Features).