di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Negli anni ’60 e ’70 i suoi occhi azzurri hanno stregato molte persone. E di certo non si può biasimare chi si è fatto trasportare da essi, perché a guardare le fotografie di allora, la musa che ha ispirato il brano Suite: Judy Blue Eyes (scritto da Stephen Stills), si mostrava con un viso angelico e due occhi del colore del mare. Ma forse più di tutto Judy riusciva ad ammaliare con la sua voce straordinaria e vellutata. Ora che ha settantun anni ha acquisito un fascino ancora più particolare.
Nata a Seattle nel 1939, Judy Collins iniziò a studiare pianoforte, debuttando a solo tredici anni con l’interpretazione, insieme alla sua maestra Antonia Brico, del Concerto per due pianoforti K 365 di Mozart. Ma ben presto si appassionò al folk e, notata mentre si esibiva nei club del Greenwich Village a New York, ebbe modo di incidere il suo primo album nel 1961. Raffinata interprete soprattutto di canzoni d’altri (tra cui brani del repertorio tradizionale, ma anche Deportee di Woody Guthrie, Turn! Turn! Turn! di Pete Seeger, Marieke di Jacques Brel, Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, Suzanne di Leonard Cohen e Both Sides Now di Joni Mitchell), con gli anni ebbe modo di farsi conoscere anche come autrice pubblicando nel 1967 l’album Wildflowers, a cui ne seguirono altri. Ha sempre affiancato alla carriera di musicista anche quella di attivista politica e civile (come rappresentante dell’Unicef e per la lotta per la soppressione dell’uso delle mine), e negli ultimi anni quella di editrice discografica con la sua etichetta Wildflowers.
Da tempo la bella Judy non pubblicava un disco a suo nome e l’uscita di Paradise è stata una lieta sorpresa. L’intensità vocale è la stessa degli anni migliori e la scelta del titolo non è casuale. Il paradiso a cui si riferisce è quello che si deve ricercare nella realtà, è il mondo migliore che cerca di costruire chi si batte per la libertà artistica e personale e i diritti civili; ed è proprio a loro che ha dedicato il disco. Che si apre con una un po’ troppo “zuccherata” Over the Rainbow, ma è dal secondo brano (Diamonds and Rust, in duetto con Joan Baez) che la cantante statunitense ci offre il suo lato più intrigante, scegliendo di seguito altre gemme pescate dai repertori compositivi di Tim Buckley (Once I Was), Tom Paxton (Last Thing on my Mind) e Jimmy Webb (Gauguin).
Un disco che ha il sapore d’altri tempi, ma che troverà il modo di soddisfare anche gli ascoltatori di questo millennio.

Paradise
Judy Collins
Wildflowers, dist. Audioglobe