di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Bisogna avere un grande potenziale artistico e umano per poter attraversare i decenni e rimanere sempre attuali. Morire giovane (a soli 36 anni), avendo speso la propria vita con l’ideale di raccontare le contraddizioni del mondo attraverso l’inusuale linguaggio della musica, tanto da essere definito a volte più giornalista che musicista, e altre volte ribaltando questo dualismo. Così si può sintetizzare l’eredità di Phil Ochs: folksinger statunitense che più di ogni altro ha saputo incarnare il movimento di contestazione degli anni ’60, divenendone una figura di riferimento anche per le generazioni successive che a quegli anni si sono ispirate.
Nel nostro paese la figura di Ochs è soprattutto conosciuta nell’ambito del cantautorato di impegno civile legato alla tradizione statunitense; e stranamente questo non ha portato studiosi e giornalisti a scrivere libri su di lui (ma solo a citarlo sempre quando si parlava di quegli anni), tranne l’ormai introvabile volumetto di Mimmo Franzinelli, edito da Stampa Alternativa. Come avevamo auspicato all’interno dell’articolo Phil Ochs. Cronache d’artista (pubblicato nel marzo 2011 su Amadeus n. 256), a questa lacuna sopperisce Francesca Ferrari, una giovane giornalista e ricercatrice, che ha dato alle stampe per i tipi di Pacini il libro When I’m Gone: Phil Ochs e l’utopia della Speranza; che allora era solo una tesi di laurea, e ora diventerà il testo di riferimento sul folksinger statunitense per i lettori italiani. «Ho incontrato Ochs mentre passeggiavo per le vie di un assolato Greenwich Village nei primi anni ‘60», ci racconta Francesca Ferrari, «con Bob Dylan che mi faceva da cicerone e tutta una folta schiera di personaggi molto interessanti a fare da cornice. In realtà era il 2007 e stavo lavorando alla mia tesi di laurea triennale sul Newport Folk Festival. Da li è partito un viaggio in cui i posti visti sono stati molti e anche le persone conosciute, il tutto sotto la guida di quello che ormai io tendo a considerare quasi un amico: Phil Ochs».
Raccontandoci del suo interesse verso questo personaggio, Francesca ha sottolineato il valore odierno del messaggio di Ochs: «Il fatto che in pochi lo conoscano non vuole per forza dire che in pochi debbano conoscerlo. Mi è stato detto: se non c’è un libro su Ochs un motivo ci sarà… Io quel motivo non l’ho ancora trovato. Però in molti mi hanno dimostrato di aver apprezzato il mio azzardo con sincero interesse. Durante le mie ricerche mi sono ritrovata ad analizzare molte canzoni di Ochs e a vederne ancora oggi la disarmante attualità per ciò che riguarda le questioni razziali, sociali e politiche. Negli anni l’incisività di questi testi non si è spenta, ma anzi ha acquisito nuovi significati, aggiungendo sfumature al messaggio originario». Ed è vero che il pensiero che scaturisce dalle canzoni di Ochs risulta più contemporaneo e cristallino di artisti come Dylan e Guthrie per esempio, che sono mitizzati forse anche oltre il loro reale valore complessivo, e che in qualche modo hanno condizionato (e lo fanno tuttora) il racconto storiografico di quegli anni.

When I’m Gone: Phil Ochs e l’utopia della speranza
Francesca Ferrari
Pacini Editore, 2014, pagg. 136, € 14,00