di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus)

«He’s a king without a castle or crown / and every night he lays his body down / in a different town / but one thing stay the same / everybody knows his name», così Keb’ Mo’, uno dei ‘figli artistici’ rende omaggio a B. B. King.

Riley B. King è sbarcato in Italia il 7 luglio 2004, per quello che è annunciato come il suo ultimo tour europeo, accompagnato da nove musicisti (due trombettisti, due sassofonisti, due chitarristi, bassista, tastierista e batterista) di assoluto valore. Per il suo debutto ha scelto un luogo ‘classico’ come l’Auditorium di Milano, dove è stato accolto da un tutto esaurito.

A quasi settantanove anni, malato di diabete, il musicista del Mississippi è stanco di portare il ‘verbo del blues’ in giro per il mondo e chiede un po’ di meritato riposo. Salendo sul palco, dopo che la sua band aveva già iniziato il concerto da venti minuti (come nella migliore tradizione del blues), B. B. King si è accomodato sulla sedia e, ironizzando sul suo stato di forma ha detto: «Legs no good, back no good, head… no good». Poi ha ‘abbracciato’ Lucille, la sua fedele chitarra, e subito si è capito che il ‘re’ gode ancora di ottima salute. Forse non ha più la scioltezza degli anni migliori, ma il suo modo di suonare e di cantare detta ancora legge: la mano è ancora ispirata e la voce, a volte su tonalità da crooner, fa ancora venire i brividi. Sul palco B. B. King è un trascinatore: pur restando sempre seduto, accenna passi di danza, ancheggia, conversa e stuzzica il pubblico dell’Auditorium, che gli tributa più di una standing ovation. In due ore propone tutto il suo repertorio, da I need you so a Rock me baby, passando dal ricordo appassionato del ‘brother’ Ray (Charles) all’accenno di Summertime e a una travolgente Everyday I have the blues, che il pubblico canta con lui, scambiando il Naviglio con il Mississippi.

Alla fine, il ‘rito del blues’ si chiude con il ‘re’ a distribuire medagliette e collanine con il suo nome. Un piccolo gesto di scherno verso chi lo ‘santifica’ affibiandogli l’etichetta di ‘padre del blues’: «Io non ho inventato nulla, quella musica era nell’aria».

Sentendolo suonare e ‘vivere il blues’, dobbiamo sperare che l’annuncio del suo ultimo tour europeo sia solo una mossa pubblicitaria. Per poterlo riascoltare gli perdoneremmo anche questo.