di Riccardo Santangelo
(pubblicato su amadeusonline.net – Speaker’s Corner)

È da qualche anno che Francesco De Gregori quando si esibisce in pubblico mostra i “muscoli” e sceglie una lettura “dura”dei suoi brani. Anche per la presentazione del suo nuovo disco Pezzi (avvenuta l’altra sera, 22 marzo, ai Magazzini Generali di Milano), non ha smentito questa tendenza: quattro chitarre, basso, tastiere e batteria sono la formazione di una “potente” rock band, che non lascia spazio ai sentimentalismi.
Apparso rilassato e molto propenso a concedersi al pubblico, il cantautore romano si è presentato con A Pa’, brano di qualche anno fa dedicato a Pasolini, tanto per far capire il livello di quello che sarebbe seguito. Dopo aver scaldato i motori Francesco e la band attaccano una manciata di canzoni tratte dal nuovo album (che presto verrà recensito in questa stessa rubrica), e subito si intuisce che testi e musica sono costruiti su intenzioni ben precise. In modo crudo e secco tracciano i contorni frastagliati e a “pezzi” del paese in cui viviamo. Francesco non è mai stato immediato nelle sue liriche, e riuscire a comprenderne al primo ascolto fino in fondo il senso, risulta una prova improba. I brani di Pezzi presentati l’altra sera rispecchiano subito una traccia politica del disco, dove l’esperienza “popolare” percorsa con Giovanna Marini ha dato i suoi frutti. Il sound secco e crudo della band che l’accompagna a volte ricorda l’espressione più elettrica di Dylan. A esemplificare la ruvidezza del suono il cantautore romano sceglie di chiudere la serata con una versione di Buonanotte fiorellino, dove il romantico valzer deve far posto a un tempo “ruvido”, deciso e senza fronzoli, dove le chitarre invece che accompagnare il testo, lo incalzano, lo tagliano, senza lasciar spazio al sentimentalismo e De Gregori canta quasi in stile rap.