di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Non credo sia sconosciuto a qualcuno il nome di Bob Dylan; forse è meno noto il fatto che non abbia un carattere molto socievole, e che si conceda in modo scostante ai media e ai fans. Anche perciò questo libro (atteso da più di quarant’anni) è stato accolto come un segno di apertura da parte del menestrello di Duluth.
Chronicles volume 1 è solo la prima parte (ne seguiranno altre due) di un’autobiografia anomala, che procede per episodi senza seguire il flusso temporale. Infatti Dylan non parte dall’infanzia nel raccontare la sua vita, ma dall’arrivo a New York nel 1961 e dal suo incontro con l’industria musicale. Il folksinger statunitense si distingue anche nel modo di narrare: pur seguendo le orme di autori come Salinger, Kerouac o Bellow, Bob scrive come i personaggi da essi creati; per cui in alcuni tratti sembra di sentire la voce del giovane Holden, o di Dean Moriarty oppure di Augie March.
Alla Grande Mela Mr. Zimmerman dedica tre dei cinque capitoli (i primi due e il quinto), dove ci porta alla scoperta delle persone e dei luoghi frequentati prima di diventare famoso. Ci svela così che negli appartamenti dove veniva ospitato ebbe modo di leggere autori che l’avrebbero influenzato, come Rimbaud, Verlaine, Tucidide, Dante e molti altri. La sua New York è sempre molto “autunnale” e non si sposta mai molto dai confini del Greenwich Village dove, oltre al domicilio, aveva trovato rifugio professionale in locali ricavati dalle cantine, nei quali gli artisti si esibivano alternandosi sia di giorno che di notte, guadagnando solo quello che riuscivano a raccogliere nel cappello che facevano passare tra gli avventori. Pur non votandosi a far scoprire i lati oscuri della sua vita (per esempio, all’incidente motociclistico del 1966 dedica soltanto due righe), Chronicles ci fa scoprire piccoli fatti che hanno contribuito a formare il futuro Dylan.
Apprendiamo così che il giovane Bob ha passato intere giornate chiuso nella Public Library di New York a visionare i giornali del periodo della guerra di Secessione, allo scopo di comprenderne il linguaggio e la retorica, per poi riproporle nelle sue canzoni. Ma veniamo a conoscenza anche della genesi dell’album Oh Mercy (1989) e del difficile periodo tra il 1968 e il 1970 in cui Bob doveva sfuggire ai suoi fans e alla stampa, che l’avevano “incoronato” come esponente massimo dei movimenti giovanili di quegli anni. Qui Dylan mette in chiaro, una volta per tutte, che lui non ha mai voluto essere il “megafono” di qualcuno o di qualcosa, ma l’unica sua prospettiva era quella di diventare un autore folk e blues, ricalcando le orme di Woody Guthrie e Robert Johnson. Tutto il libro è però pieno di omaggi a personaggi a cui Dylan deve molto: oltre ai due sopracitati, Bob fa intravedere un affetto particolare per Dave Van Ronk (suo mentore e proprietario di casa nel periodo pre-fama) e per Joan Baez (vista quasi come una musa irraggiungibile e dalla voce celestiale). Oltre a tutto questo, Chronicles è anche molto di più del flusso di ricordi di uno degli autori più rappresentativi del secolo scorso.

Chronicles (volume 1)
Bob Dylan
Milano, Feltrinelli, 2005, € 18,00
(trad. Alessandro Carrera)

Chronicles (volume 1)
Bob Dylan
Milano, Feltrinelli, 2005, € 18,00
(trad. Alessandro Carrera)