di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Il 28 agosto 2005 New Orleans veniva devastata dall’uragano Katrina: un cataclisma meteorologico ritenuto, per quell’area, uno dei più potenti dall’inizio del secolo scorso, e che ha lasciato Crescent City (così viene chiamata la città della Louisiana) con ferite non ancora rimarginate. Ad aprile di quest’anno nell’intera area metropolitana (che comprende anche i sobborghi) si potevano ancora contare circa 125.000 case danneggiate, vuote o che aspettavano di veder ripristinata la corrente elettrica. In poche parole: un’immensa città-fantasma abbandonata al buio e che ha visto rinascere, fino a ora, soltanto i quartieri turistici e quelli borghesi. Eppure da subito la mobilitazione per la ricostruzione di uno dei luoghi più antichi degli Stati Uniti, ha coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione e le amministrazioni nazionali e locali, con promesse, come spesso succede, mantenute a metà.

Anche il mondo della musica non si è potuto tirare indietro e, dopo che i venti di Katrina avevano abbandonato Crescent City, capoluogo di nascita di molta della musica statunitense, numerosi artisti si sono subito adoperati per sostenere la ricostruzione; proponendo, finanziando e prendendo parte a progetti di vario tipo. Tra questi si inserisce anche quello dei New Orleans Social Club: una “band aperta” costituita principalmente alcuni elementi dei Meters (George Porter jr. al basso, Raymond Weber ai tamburi e Leo Nocentelli alle chitarre), a cui si sono aggiunti, in vari brani, vere e proprie star del panorama della musica di New Orleans, come Dr. John, Irma Thomas, Marcia Ball e alcuni membri dei Neville Brothers. Sei settimane dopo l’uragano si sono ritrovati a Austin (Texas) per incidere questo disco, omaggio alla città ma anche un incitamento a procedere presto alla ricostruzione.

Anche se il nome della band richiama il famoso progetto cubano di Ry Cooder, in effetti i musicisti statunitensi hanno poco a che fare con gli arzilli ottantenni; meno maturi nell’età, al contrario dei loro predecessori, affrontano un repertorio meno legato alla tradizione musicale della città. In Sing Me Back Home, non si respira aria di jazz, zydeco e cajun, ma di blues, rock e funky, scegliendo di proporre brani celeberrimi (come Fortunate Son di John Fogerty, Walking To New Orleans di Fats Domino e Somewhere da West Side Story di Leonard Bernstein), in una rilettura diversa. Pur essendo un “disco collettivo”, questo tributo a New Orleans appare ben costruito sincero, dove i vari artisti, con spontaneità, cercano di dare il loro aiuto, e rendere omaggio, alla tradizione più recente di New Orleans.

Sing Me Back Home
The New Orleans Social Club
Burgundy Records, distr. Sony/Bmg