di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
In quale campo sia stato più influente Fela Kuti è difficile da stabilire: rivoluzionario, attivista per i diritti umani, musicista, inventore dell’afrobeat (nato da un impasto tra funk, jazz, salsa e calypso con juju, highlife, ritmi e percussioni africani), è considerato tra le più importanti personalità africane del XX secolo. Nato in Nigeria nel 1938 da genitori della classe media colta, già attivi per l’affermazione dei diritti umani per il proprio popolo, Fela trovò nella musica (era trombettista e sassofonista) il linguaggio definitivo per le proprie battaglie sociali. Dopo una parentesi di studio in Inghilterra e un viaggio negli Stati Uniti (dove venne in contatto con il movimento delle Black Panthers), tornò in Nigeria nel 1970 e fondò, insieme al suo gruppo Africa 70, la Repubblica di Kalakuta, una comune dove tutti gli esseri umani avevano pari dignità, e un rifugio per chi vedeva in essa un punto di riferimento nella lotta contro il regime nigeriano e le nuove forme di colonialismo.
La peculiarità di cantare in inglese e di aver creato un genere musicale africano esportabile nei paesi occidentali e condiviso dalle altre nazioni del continente, gli permise di affermarsi come figura carismatica. Risulta difficile in poche righe sintetizzare la sua vita (stroncata nel 1997 a soli 59 anni dall’Aids) e la sua opera; tanto vale trovare il tempo di leggere la biografia autorizzata (che dopo 30 anni viene tradotta anche nel nostro paese, corredata da una prefazione di Gilberto Gil e da un prologo di Mauro Zanda), che Carlos Moore ha scritto, con il contributo di chi ha conosciuto Kuti, e che lo stesso artista ha potuto leggere, senza modificare o censurare nulla.
Non è un’agiografia: Fela viene dipinto con tutte le sue innumerevoli contraddizioni. Nel descrivere l’uomo e l’artista l’autore scrive: «[…] credeva nella redenzione guadagnata con le proprie forze, nell’uomo che si fa da sé, […] e che la solidarietà è la chiave per la sopravvivenza della nostra specie»; ma anche che «chiunque l’abbia conosciuto bene sa che lui era al tempo stesso un coltivatore della democrazia e un carismatico autocrate, […] un individualista egocentrico e un intenso fautore della collettività». «La sua creazione, l’afrobeat, è la moderna musica classica africana […] e Fela la concepì come un’arma politica con cui si è battuto per far crollare l’architettura di paura nella quale vari sistemi repressivi hanno murato le società africane».
Se si può azzardare un paragone, Fela Kuti ha lo stesso valore, per la cultura africana che Bob Marley ha per quella giamaicana.
Fela. Questa bastarda di una vita
Carlos Moore
Arcana, 2012, pagg. 383, € 22,00
