di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)
Oggi guardandoci alle spalle possiamo dire che mezzo secolo fa, nell’arco di un solo anno, sono “nate” tre realtà musicali che hanno rivoluzionato i costumi sociali degli anni successivi: i Rolling Stones (di cui abbiamo parlato nel numero di ottobre), Bob Dylan (che pubblicò il suo primo album nel marzo 1962) e The Beatles. Fu infatti il 5 ottobre 1962 che uscì il loro primo 45 giri, Love Me Do, primo disco del gruppo che più di ogni altro ha saputo cambiare l’ambiente musicale e i costumi del XX secolo. Ma la storia della band, stando alla “religione” beatlesiana, ebbe inizio cinque anni prima, il 6 luglio 1957, quando John Lennon e Paul McCartney si conobbero a una festa parrocchiale.
I Fab Four (di cui facevano parte anche George Harrison e Ringo Starr) sono di sicuro la band più celebrata al mondo; fonte di ispirazione e di covers per i più grandi musicisti che li hanno seguiti. Eppure la parabola artistica dei Beatles è durata poco più di sette anni (fino all’annuncio dello scioglimento il 10 aprile 1970). In questo lasso di tempo hanno saputo attraversare il decennio in cui tutto stava cambiando, dettandone i ritmi, precedendo e imprimendo ai bisogni dei giovani (entità fino allora ignorata) un “marchio” che ancora oggi è attuale.
Banalmente possiamo identificarli come la colonna sonora degli anni ’60, ma anche come scrive Michele Serra «[…] l’idea che la libertà fosse a portata di mano per tutti, a partire da noi ragazzi. Libertà di vestirsi come si voleva, di portare i capelli lunghi, di coltivare idee che i padri avrebbero volentieri reciso, di immaginare (anche prima che le sostanze lisergiche e altre droghe prendessero piede) tutti i mondi possibili, di vedere e toccare anche le cose mai viste prima». Eppure i Beatles dal punto di vista musicale attinsero a generi già conosciuti: blues, rock, music hall inglese, folk, ma anche alla musica barocca; furono però il modo di combinarli e di innovare le fasi di registrazione (anche grazie ai potenti mezzi degli Abbey Road Studios di Londra e al produttore George Martin), che fece dei Fab Four i percursori di nuovi sounds.
Poi sul fronte dei testi la loro cifra stilistica si può identificare nella costruzione del brano, dove il ritornello viene introdotto all’inizio per poi enunciare la parte delle strofe (come per esempio in Help!). Ma il discorso sui testi delle canzoni diventa complesso da analizzare in poche righe, così vale la pena segnalare un’interessante uscita editoriale: Il libro bianco dei Beatles di Franco Zanetti (Giunti editore, 2012, pagg. 420, € 19,90). Già traduttore, nel lontano 1996, del volume di Ian MacDonald The Beatles. L’opera completa (una delle “bibbie” dei beatlesiani), Zanetti racconta di ogni brano genesi e storia, con aneddoti e dichiarazioni dei protagonisti: ben 215 schede, in cui compaiono tutti i brani ufficialmente editi dal 1962 al 1969, con l’aggiunta delle appendici di “Anthology”, comprendendo anche le covers interpretate. Ovviamente i 50 anni dei Fab Four hanno dato modo alla casa discografica Emi di ripubblicare, in un’edizione speciale, tutti i vinili del gruppo e di restaurare, e rimettere in commercio in formato de luxe, due dei film marchiati Beatles: Yellow Submarine e Magical Mystery Tour.
A 50 anni dal loro esordio si può dire che non c’è nessuno che non conosca il quartetto di Liverpool e le loro canzoni; e riportandoci al doppio compleanno Dylan-Beatles riprendiamo un’affermazione scritta dal giornalista e scrittore Gabriele Romagnoli: «C’è una generazione, di cui faccio parte, che ha imparato l’inglese dalle canzoni. Quelli che hanno “studiato” Bob Dylan sono diventati giornalisti, editori, falliti. Quelli che hanno “studiato” i Beatles hanno fatto carriera». Al di là dell’affermazione “forte” la forza della musica dei Fab Four, e di quegli anni, sta anche in questo: le canzoni come insegnamento culturale.
