di Riccardo Santangelo
(pubblicato su Amadeus – Fuoritema)

Pensare oggi a Francesco Guccini solo come autore di canzoni, è impensabile. Ritiratosi da anni a Pàvana (paese sulle colline tosco emiliane) scrive solo romanzi. Ma Guccini ha segnato in modo indelebile la storia della canzone italiana. L’intera sua produzione riflette una grande conoscenza della lingua, una cultura (sia “alta” che “popolare”) straordinaria e un impegno sociale sempre attuale. Radici è il suo quarto album, e ad ascoltarlo ancora oggi sembra non aver perso di forza e credibilità. L’idea del disco nasce dalla vecchia fotografia riprodotta sulla copertina. In essa si può vedere la famiglia del bisnonno del cantautore (anche lui di nome Francesco) e lo zio Amerigo, futuro protagonista di un altro album. Guccini voleva rappresentare nei brani del disco, oltre all’appartenenza genealogica anche tutto quello che in quel momento rappresentava il suo mondo. Però andò oltre, tanto che canzoni come Incontro, La locomotiva, Il vecchio e il bambino, Canzone dei dodici mesi, Piccola città, travalicano l’aspetto “genetico”, per proiettarsi a esplorare il rapporto contraddittorio che ognuno di noi instaura con le proprie provenienze e tradizioni, nel confronto con la quotidianità. Questo è un album dove ogni parola è necessaria, e la musica si appoggia a essa confermandone il significato.

Radici
Francesco Guccini
Emi (Warner), 1972